
In Giappone il grande maestro della cerimonia del tè Sen-no Rikyu, progettava i giardini dei templi così che l'armonia e l'equilibrio accogliessero l'ospite fin dall'ingresso. Un suo grande estimatore, Italo Calvino, nel descrivere la bellezza creata dalla combinazione di quei ciottoli e vasche d'acqua, scrisse: «Ci sono cose che a volerle spiegare troppo si sciupano».
Ora, che sia l'Oriente con il suo fascino rigoroso o il rispetto per la raffinatezza dell'arte, quelle stesse parole, oggi, non sembrano che le più appropriate a descrivere il lavoro fotografico di Paola Ghirotti. Che in Giappone, di giardini e alberi ne ha ritratti tanti. A ventotto anni, lei, farmacista di madre farmacista, prese la macchina fotografica e il mappamondo strizzati gli occhi, puntò il dito sulla terra che girava. La Cina. «Fuggivo sì ma non era il primo viaggio. Non volevo fare la farmacista e così ho iniziato a fotografare quello che conoscevo meglio, i giardini botanici. Il primo servizio sulla coltivazione del tè l'ho realizzato in Sri Lanka e di lì sono passata in India». Ma i viaggi e le fughe non erano finiti perché poi furono l'Algeria, la Tunisia, i passaggi in Italia e la Cina, ancora e più volte, fino a togliere un senso all'ordine cronologico dei fatti. Fino a cancellare i confini tra i luoghi. Così, quella volta in aeroporto a Pechino, quando sola e senza visto rischiò di essere rimpatriata, si dissolve nel tè bevuto a casa di quell'astrofisico che una settimana dopo sarà individuato come uno dei capi della rivolta di piazza Tienanmen. E Roma, in una corsa al monte dei pegni per dar via tutto quello che aveva e comprare una nuova macchina fotografica per lavorare con Peter Greenaway, diventa Goa, in un pomeriggio desolato quando un tale dall'aria gentile si offrì di darle un passaggio in motorino per aiutarla a cercare una banca aperta; solo più tardi, quando il tale vinse l'Oscar per Gandhi, lei si rese conto di aver girovagato con Richard Attenborough durante una pausa di lavorazione del film. Poi, in un tempo di cui ci dà conto la pubblicazione Mistero Giappone, la scrittrice Amèlie Nothomb, schiva e ritrosa some lei stessa non esita a descriversi, le concesse un suo racconto. Sì, perché è lì, nei numerosi cataloghi, libri e guide, che le foto di Paola restituiscono la geografia ai luoghi e mettono in fila il tempo.
Oggi, a Gifu in Giappone, affacciata sul monte Kinka la veranda di una magnifica stanza accoglie Paola ogni volta che vuole tornare. Sotto, scorre il fiume Nagaragawa. «In Oriente ho assimilato il concetto di armonia. Sono molti anni che lavoro lì e per loro io sono una shashin-ka, una fotografa. Dietro questa parola in Giappone c'è tutta la dignità di una professione. Per fare la mia prima foto della cerimonia del tè mi sono presa del tempo, ho assistito ho osservato, avevo bisogno di conoscerne il significato fino in fondo. Loro mi hanno sempre ripagata con una grande stima e con l'opportunità di fare mostre ed eventi importanti. Sì, appena posso fuggo sempre lì». Il brivido di una fuga perché si possa rinnovare ha bisogno di ritorni, e Paola torna. A Roma l'accoglie la sua gatta Noraneko chiamata così "gatta selvaggia" dopo esser stata salvata dalle sevizie della vita di strada, e in onore del maestro. Akira Kurosawa. E l'accoglie una colomba che ha deciso che lì, sull'uscio di quello studio e archivio di migliaia di immagini sulla tradizione del Giappone, c'è la sua nuova casa. «Sarà scappata dal Papa?».
Ci sono poi un gruppo nutrito di appassionati di manga e della cultura orientale; giovani trentenni, interpreti, guide turistiche e studiosi che riconoscono in lei un punto di riferimento. «Quando torno spesso trovo il cielo di Roma che è di una bellezza che ti sconvolge l'anima e poi trovo loro, questi ragazzi che mi seguono e che sono la mia forza. La continuità» Appesi alle parete delle loro camere ci sono i calendari di Paola, oggetti di culto, e per prenderli spesso percorrono molti chilometri. Ogni tanto, nel suo studio con i soffitti alti e la vetrata da dove la colomba guarda da fuori, allestisce una mostra. Ma non di quelle da happening dove persone in lustrini brindano e salutano senza sapere chi sia l'artista. Una di quelle dove si comunica.
Dove si parla di fotografia e si assaggia un dolce giapponese, perché nei suoi ritorni Paola porta tutto questo: un altro mondo da condividere. Le sue foto parlano di bellezza perché «la bellezza è la salvaguardia di tutto, è l'attenzione alla biodiversità, è preoccuparsi dell'eredità che lasciamo a questi ragazzi». E c'è la luce nelle sue foto che dal Sol Levante a Oriente, al Sol Calante a Occidente, corre a illuminare mani, oggetti, visi. C'è il mono no aware, quello che i giapponesi chiamano il sentimento per le cose trascorse. Poi c'è altro. Ma ci sono cose che a volerle spigare troppo si sciupano.
Non c'è argomento della cultura e traduzione di questo paese che lei non abbia indagato: cerimonia del tè, cerimonia dell'incenso, kabuki, teatro noh, tiro con l'arco, karakuri
sublimi scatti di geishe, maiko, tayu
poi immagini su tanto e tanto altro ancora
Vi è giunta voce di una sua perosonale, in Giappone si, ma qui da noi dove lei è nata NIENTE, un perchè??
Il Calendario
Dopo l'11 marzo parte per il Giappone,senza clamori
va nei luoghi devastati dalo tsunami, ne riporta una ferita profonda che grazie all'aiuto dei giapponesi cerca di esorcizzare con l'idea del calendario.
Una macchia di colori sulla mia scrivania che mi accompagnerà nel 2012.
la invito a prendere nota di questo link
https://www.facebook.com/groups/210616932323156/
dove troverà risposta alle sue insulse affermazioni.
Le auguro ogni bene.
Claudio
dove si ascolta un silenzio dorato, colori vivaci dal tono ordinato, anche se non ci sono mai stato. Uno stupore, senza fare rumore.
Pino Lecce