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Un po' America a Milano: la collezione Merrill Lynch al Museo del Novecento

Fra arte e filantropia anglosassone è la mostra dedicata alla fotografia del Museo del Novecento di Milano.

giovedì 27 ottobre 2011 09:34

William Eggleston, 1970 ca., Memphis, stampa dye transfer
William Eggleston, 1970 ca., Memphis, stampa dye transfer

Proveniente dal Museo di Fine Art di Boston è la mostra Conversations in questi giorni al museo del Novecento di Milano, un'esposizione basata su una selezione delle opere della collezione di fotografia della banca americana Merrill Lynch. Art in our communities è il programma che ha condotto in Italia la prestigiosa collezione americana: la banca proprietaria finanzia una serie di mostre che si muovono lungo la scacchiera delle maggiori istituzioni museali mondiali. In un periodo povero di iniziative e finanziamenti, il migliore spirito educativo della tradizione della filantropia americana fa sì che l'esposizione, che è dotata di una brochure esplicativa a disposizione dei visitatori, sia visitabile gratuitamente per i primi tre mesi di apertura.


E le opere della collezione bancaria sono decisamente notevoli. La mostra, suddivisa secondo blocchi tematici (Testimonianze, Astrazione, Paesaggio industriale, Surrealismo, Astrazione, Natura Morta), si apre e si chiude con due opere di Thomas Struth, appartenenti al ciclo realizzato dal maestro sui visitatori dei principali musei mondiali: la prima immortala il pubblico ipnotizzato di fronte alla Zattera della Medusa di Gèricault al Louvre; la seconda rappresenta le differenti reazioni emotive - fra indifferenza, stupore, emozione, umorismo, gioco - dei visitatori di fronte al David di Michelangelo. Una riflessione, quella di Struth, sull'arte e su chi la fruisce, su chi sta dietro e davanti l'opera d'arte. E anche noi, come visitatori, in questa immagine rovesciata proiettata dalla fotografia ci specchiamo.


Fra questi due momenti importanti della fotografia internazionale, si trova una breve ma significativa rassegna sulla fotografia, dalle origini, con alcuni esemplari di fotografia ottocentesca, fino ai maggiori nomi della fotografia di oggi, che nei suoi Thomas Ruff, Candida Höfer e Andreas Gursky e la scuola di Düsseldorf, trova i principali protagonisti del mercato internazionale. Nel mezzo la collezione racchiude i lavori di Philip Lorca Di Corcia, gli autoscatti di Cindy Sherman, la fotografia documentaria di Dorothea Lange, il costruttivismo di Laszlo Moholy-Nagy, il surrealismo di Man Ray, l'espressionismo di William Klein, il concettualismo di Rodney Graham. Di tutto, di più. La macchina fotografica è l'occhio sempre diverso tramite cui guardare e proiettare una particolare visione del mondo.


Una delle parti più interessanti dell'esposizione è quella dedicata al ritratto, in cui spicca uno scatto di Edward Weston del 1924, dedicato alla sua amante Tina Modotti, attrice e aspirante fotografa. Weston, che, aveva lasciato la famiglia a San Francisco, la ritrae ripetutamente durante il loro soggiorno d'amore e di ricerca artistica in Messico: attraverso l'uso di un punto di vista molto ravvicinato, riesce a catturare l'estrema e profondissima natura di quel personaggio, leggendone il carattere forte, e la corporeità intensissima sintetizzata dal volto, sul quale si alternano espressioni di notevole intensità. Weston fa di Tina non una figura simbolica, ma l'immagine di una donna più che reale, trasfigurata sino ad essere la femminilità nel suo lato più carnale, profondo e sofferto.
La sezione dedicata all'astrazione non cessa di stupire con un paesaggio di Thomas Ruff e la sua prospettiva di una fotografia critica e decostruttiva. Il paesaggio di Ruff scaturisce dalla modificazione digitale di uno scatto dell'usurato, sotto profilo visivo, padiglione spagnolo di Mies Van De Rohe di Barcellona: ma l'architettura, modificata digitalmente ad alludere al movimento di una macchina in corsa, è dotata di una compostezza formale fortemente plastica e di una saturazione del colore che di digitale non ha nulla. Incarnazione delle ambiguità della fotografia contemporanea!


Un altro capolavoro è il pezzo di William Eggleston, intitolato Memphis del 1970. Eggleston, che fu fra i primi a nobilitare artisticamente il colore a discapito della stampa in gelatina ai sali d'argento, allora dominante, raffigura un paesaggio a partire da quello che ne era un dettaglio trascurabile, ovvero un triciclo per bambini. Il fotografo lo ripropone in un una versione gigantesca e in una perfezione formale tale da fare di quel dettaglio l'incarnazione simbolica della classe media americana.
Nella parte dedicata alla fotografia documentaristica, non poteva mancare un celeberrimo scatto di Robert Frank, tratto dalla serie The Americans. Il tram, dai cui finestrini si protende un piccolo spaccato della società americana dell'immediato dopoguerra, è l'espressione sconvolgente di un paese multirazziale e a tempo stesso classista, visto attraverso gli occhi di un europeo. Accanto a questo si trova poi, per accostamento tematico, lo sguardo sull'America di William Klein. Lo scatto del 1954, di grana spessa e prospettiva sbilenca, stupisce per la modernità selvaggia. Infine da scoprire è il fotografo Kenneth Josephson, di cui in mostra è un lavoro tratto dalla serie delle Immagini nelle Immagini: in questa, strizzando l'occhio al surrealismo e alle poetiche concettuali, l'artista fotografa se stesso con un braccio proteso verso il mare, nel gesto di collocare la cartolina di una nave da crociera lungo la linea dell'orizzonte. I due segni visivi, il paesaggio fotografato e l'oggetto della foto nella foto, si confondono.
Del resto in fotografia tutto è illusione!


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