
di Maddalena Papacchioli
Va in scena il terremoto a Tuscania. Il 6 febbraio 1971 è la data che segna il ground zero per questa cittadina - "presepe" medievale della Tuscia viterbese. Quel giorno la tragedia reale della terra che trema ha battuto sul tempo, con due ore di anticipo, lo spettacolo programmato di un teatro che doveva inaugurarsi. In tutt'altro modo, naturalmente.
E invece accadde che il paese, ancora impolverato nel sussulto del violento sisma, colpito a fondo nelle viscere del suo centro storico, in lacrime per la conta in crescita di morti e feriti, ha assistito, attonito e sconvolto, alla prima teatrale sull'alzata di un sipario funebre.
Alle nove di sera di quel 6 febbraio di quarant'anni fa, al nuovissimo teatro comunale di Tuscania, le salme schierate orizzontali sul palco erano attori muti a lasciarsi piangere dal proscenio addolorato del paese intorno, crollato da due ore. Nessun applauso festante a salutare l'evento, come da copione. Perché all'improvviso, quando la terra trema, non lascia spazio ad altro, in scena e fuori scena: solo lutto e sconcerto triste.
Per uno strano caso del destino, a Tuscania, teatro e terremoto sembrano essere due concetti legati a doppio filo in modo così stretto che oggi la storia si ripete. E proprio il teatro torna a raccontare il terremoto dopo quarant'anni, stavolta non dal vero, per fortuna. Con pudore, lo rievoca di fianco, senza mostrarlo in faccia, ché è ancora forte per chi c'era il dolore mai rimosso da rivivere, anche rappresentato. E dunque, in un gioco di metateatro, il regista Stefano e Ciccioli e gli autori Daniele Nardi e Fiorenzo De Stefanis, scavano nella memoria comunitaria di una popolazione che ha visto il suo senso di appartenenza territoriale scalfirsi bruscamente dopo quel sussulto sismico così brutale da tagliare in un due, come una mannaia affilata, il percorso identitario di Tuscania e dei suoi abitanti.
Così irrompe il trauma della storia, a volte, senza lasciare il tempo di assuefazione collettiva a quel normale processo di distacco culturale dal piccolo borgo antico, che riguarda l'abitare contemporaneo. E con tutta probabilità, avrebbe toccato anche Tuscania più lentamente, come tutti i piccoli e medi centri d'Italia, senza inghiottirla da un minuto all'altro. Qui, piuttosto, successe tutto in pochi attimi: il crollo, il buio e un paesaggio antico e consueto da dimenticare e ricordare, abbandonare e ricostruire, nell'immersione schizofrenica e spaesata del triste day-after.
Per Tuscania, il terremoto del '71 è stato un crocevia culturale che ha tracciato un "prima" e un "dopo", percepibili ad occhio nudo, nella forma della città.
La ricostruzione dopo il crollo è sempre "altrove", nelle immediate vicinanze rispetto al luogo del disastro, in alloggi temporanei o definitivi ma in ogni caso "estranei" al paesaggio intorno. Per un vizio d'origine dell'architettura dell'emergenza post-sismica,Tuscania si è ritrovata catapultata in una dimensione spaziale che somiglia a un non-luogo.
Il quartiere Gescal si dirama dalla centrale via Tarquinia verso una serie di viali interni, tutti più o meno uguali: è un complesso di palazzoni grigi in cemento, strade asfaltate e larghe, distanze eccessive tra vicinati, dove l'identità storica e geografica si disperde inevitabilmente. Troppo schematico il progetto architettonico per incorniciare una socialità a dimensione umana. Troppo veloci i ritmi del percorrere, dettati dalle auto che sfrecciano e se ne vanno su strisce larghe di asfalto. Troppo innaturali le luci dei negozi, accenti cromatici stonati rispetto a quelle calde e soffuse del centro storico.
Solo qui, come in un nido materno, si rilassa lo sguardo ed il pensiero mentre cammini sui sampietrini e ti avvolge il tufo delle case antiche ai lati. Nell'aria il gorgoglio armonico dell'acqua di bellissime fontane fa da sottofondo musicale alla visione della skyline del borgo, che è un dipinto: punteggiata dalle torri etrusche e più in fondo, oltre le mura, la campagna autunnale cullata dal fiume Marta, che sfuma sulle nuvole.
E capisci perché solo il borgo è un rifugio della memoria, che torna a disegnare la mappa antica e bella di Tuscania, di un tempo seppellito sotto le macerie di quella sera di febbraio di quarant'anni fa.