Last Ten
stop



Graffiti

Il miracolo dell'arte, quando è arte

Un testo sul miracolo dell'arte. Quando è arte e non contraddice se stessa nella ricerca di consenso, indica la complicata via. Indica, non è la via e non dice. [A.C.]

venerdì 18 novembre 2011 21:09

di Antonio Cipriani dedicato alla Giovanna d'Arco di Ilaria Drago

Inesorabile, passo dopo passo, la bambina percorre il sottile ponte sull'abisso. Ha gli occhi chiusi e il cuore che danza. Come un funambolo immemore, viaggia leggera verso un altro capo del mondo. Immaginabile appena per chi, incredulo, ha il cuore spalancato allo stupore. Inimmaginabile per tutti gli altri; che credono, hanno certezze indiscutibili e dunque - parafrasando Elias Canetti - non hanno diritto al miracolo.

Il corpo dell'attrice sulla scena della sua Giovanna d'Arco è spezzato in due. Piegato alla terra e strappato dal cielo. La voce si fonde tra le voci. I ricordi tra le profezie di un amore nuovo, di un gioco di forze opposte, di bene e di male che si giocano la vita a dadi. La voce cantilena la sua meta. Diventa suono e silenzio, battito di cuore e ordine nel disordine del cosmo. Ecco, ordine nel disordine. Teoria del caos e delicato senso delle turbolenze dell'essere, delle aritmie dell'arte. Caos sensibile che si scioglie in lievi variazioni di voce e diverse profondità. A ognuno la sua, secondo leggi imperscrutabili.

"... Non importa se, paradossalmente, la tua solitudine è in piena luce e l'oscurità formata da migliaia di occhi che ti giudicano, che temono e sperano che tu cada: danzerai al di sopra e al centro di una solitudine desertica, gli occhi bendati, se puoi, le palpebre sigillate. Ma nulla - soprattutto non gli applausi o le risate - ti impedirà di danzare per la tua immagine. Tu sei un'artista - ahimé - non puoi più sottrarti alla voragine spaventosa dei tuoi occhi..." Jean Genet.

Giovanna d'Arco precede il tempo. A occhi feroci, sporchi, furiosi, s'infila nella selva della vita come rincorresse la sua traccia precedente. La musica araba esamina la distanza infinita . A ogni passo, sull'impervio percorso, la bambina rischia di saltare in aria su una mina sepolta in una guerra qualunque. A ogni passo l'attrice unisce l'inizio e la fine della storia (la sua? la nostra? quella di tutti o solo di Giovanna d'Arco?). Bombe piovono sui destini intelligenti di poveri cristi che nessuno racconta. Giovanna ne osserva il sangue rosso, piega la testa e procede fermando lo sguardo con la mano. Altri uomini moriranno davanti al suo passare inesorabile. Sembra indifferente nella sua armatura di pelle e borchie. E' indifferente, come indifferente è la natura di fronte alla devastazione e alla morte, così come lo è Dio di fronte ai destini, a quello che dopo millenni di vita e di pensiero continuiamo a chiamare etica.

Quando Giovanna impugna la spada lo fa per vendicare la terra violata. Lo fa per rivoluzionare la legge divina e umana. Per lavare dalla propria ferita profonda lo stupro della storia.

C'è pensiero, ricerca e poesia nel viaggio incantato di Ilaria Drago, l'attrice, la poetessa sciamana che distilla le sue parole. Non narra, non canta, non recita. Solleva le mani e ricompone sulla scena, geometricamente posta a riflesso della realtà, il silàar che costruisce il mondo. Che si chiede e chiede al pubblico incredulo, al critico e al sapiente: e la ferita dov'è?

Il teatro oggi ci traghetta risposte e codici. Raffronti possibili e diverse identificazioni sull'uso della finzione del sangue, sulla vaghezza dell'orrore; sul corpo tagliuzzato per dimostrare al santommaso di turno che il teatro esiste perché esiste il dolore rappresentabile. Che esiste perché racconta con la faccia bianca del mimo la tragedia, a zampilli intellettuali e cucine di fòrmica riciclate per dimostrare al pubblico farlocco che tutto è vero. Che l'assassino è stato individuato e la domanda non si pone. I critici lo sanno. Hanno chiarezza sul punto, così come chiarezza non manca all'esperto che mette tra la cucina di fòrmica e il cyberuomo l'essenza di quella che un tempo fu arte e luogo sacro.

Giovanna d'Arco combatte come una qualunque puttana di Dio. Ruggisce la bellezza della morte. Cade, si frantuma, impazzisce, decostruisce la sua armatura di donna guerriera. Sullo sfondo le mani che non diventeranno mai pulite, mai più pulite. Il confronto eretico tra l'eroina del bene e quella del male. Tra la santa che solleva al Dio la domanda: che mai mi hai fatto fare, e la lady Macbeth che ricompone nella memoria del delitto la sua purificazione nel bagno della follia. Ambedue nel bosco scuro labirinto laddove l'eroe spoglia il suo essere e ritrova l'uomo, la donna, la nudità assoluta, i passi della bimba sull'abisso. Immemore. Non c'è memoria in quei passi che percorrono le macerie, non c'è memoria nella lady divorata dalla follia e nella Giovanna che cancella le tracce della sua iniziazione templare fino a non riconoscerne più i segni: "Non vi sento perché mento, perché gioco la partita in un gioco che allontana la mia meta"...

Ecco la ferita. Si spalanca improvisa. L'incredulo si lascia spaventare e stupire da questo caos sensibile dell'animo, da questo non-teatro che restituisce al teatro un luogo sacro dove Ilaria graffia un confine sottile tra mondi che non appartengono a questa vita. Solo l'incredulo ha diritto al miracolo. Tutti gli altri possono scegliere se tacere o parlare: è la stessa cosa. L'eroina, intanto, fluttua lontano. Da sé, dal pubblico, dai passi della bambina, dal cuore funambolo. Si confonde come una Maria madre di Dio qualunque, che prende suo figlio un giorno che nessuno se ne cura e sparisce in Palestina senza dare più notizie di sé. Lasciandoci senza Dio fatto carne. Donna tra le altre donne.

Anche questo è un miracolo. Riconquistare un senso per vivere. E l'arte, quando è arte e non contraddice se stessa nella ricerca di consenso, indica la complicata via. Indica e basta. Non è la via e non dice. Ecco, non dice. Non si può che lasciar percepire un inizio funambolico di un "chissà che cosa" da svolgere. Ognuno per proprio conto. Se ne vale la pena, se è il tempo giusto. Se il teatro serve ancora a qualcosa nell'epoca in cui niente serve a niente e l'unica intelligenza accettata o è artificiale o è una bomba capace di costruire etiche nuove per il mercato globale. L'applauso finale sembra addirittura una violazione del miracolo. Occorrerebbe alzarsi e dileguarsi con i dubbi, le domande e le tensioni. Occorrerebbe litigare a un semaforo e poi attendere la luna buona per bere un vino speciale, ascoltare il silàar e rileggere le parole.

"Io non devo essere nient'altro che lo specchio nel quale il mio lettore veda il proprio pensiero con tutte le sue deformità e riesca poi, grazie a tale aiuto, a metterlo a posto". Ludwig Wittgenstein


Pezzo scritto dopo aver visto Giovanna d'Arco di http://www.ilariadrago.it/, tanti anni fa.



Questa un'intervista a Ilaria Drago.

Letto 2351 volte
Commenti
  • Anonimo 19/11/2011 alle 15:28:53 rispondi
    per un teatro libero
    bellissimo pezzo!