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Assalto al cielo, quando il lavoro è una questione di dignità

Michela Giachetta ripercorre la stagione delle proteste sui tetti raccontando nel suo libro l'incontro con gli operai e i ricercatori che quella stagione avevano animato.

sabato 24 marzo 2012 14:22

Michela Giachetta, autrice di Assalto al cielo
Michela Giachetta, autrice di Assalto al cielo

Capita a volte che ci voglia una crisi mondiale, i referendum di Marchionne e le strutturali quanto controverse trasformazioni del mercato del lavoro di questi giorni, perché si torni a parlare della classe operaia. Ma un buon cronista è in grado di cogliere la realtà e ha il coraggio di raccontare le storie importanti anche quando l'attenzione dei grandi media è puntata altrove. Così, a riflettori spenti, lo scorso anno è iniziato il viaggio di Michela Giachetta che l'ha portata ad attraversare l'Italia, ripercorrendo la via della "stagione dei tetti" e che ci racconta nel suo libro di inchiesta civile Assalto al cielo, la classe operaia va sui tetti (ed. Fandango).

Dopo la crisi del 2008 le aziende cominciano a chiudere e centinaia, migliaia di operai da un giorno all'altro perdono il lavoro, ma con la disoccupazione che dilaga un'azienda che chiude non fa più notizia, quasi fosse un destino inevitabile, ineluttabile. La crisi del resto, ci dicono, è mondiale. Alcuni operai però non is sono arresi a questo destino e mentre centinaia di poliziotti presidiavano i cancelli della fabbrica chiusa,in cinque aggirando i cordoni delle forze dell'ordine, sono riusciti ad entrare in azienda e ad arrampicarsi in alto su una gru. E' il 2 agosto 2009 siamo nella periferia di Milano, a Lambrate e l'azienda è l'Innse. Si apre ufficialmente così quella stagione che vede centinaia di lavoratori scalare tetti, gru, torri e monumenti per richiamare l'attenzione dei media e degli stessi sindacati, nel tentativo di scrollarsi di dosso quel mantello di invisibilità che sembra ammantarli.

Michela nel suo viaggio ripercorre quelle tappe partendo proprio dall'Innse, passando per la Yamaha, la Novaceta, la Merloni, tanto per citarne alcune, fino alla Conus. Non si accontenta di cifre, vuole dare un nome, un volto a quelle decine, centinaia di persone, scoprire come è andata a finire la loro protesta una volta tornati con i piedi per terra. Roma, Anagni, Milano, Magenta, Torino. Città dopo città, lei che in una fabbrica non era mai entrata, ne scopre i "rumori, il silenzio, gli odori, i colori e il buio". Incontra gli operai, ma anche i ricercatori dell'Ispra, che le affidano le loro storie, tutte accomunate dalla lotta per il posto di lavoro e allo stesso tempo ognuna diversa dall'altra, ognuna unica nella sua umanità. C'è chi le racconta delle ripercussioni della precarietà sulla vita quotidiana e sulle relazioni familiari, chi delle difficoltà per arrivare a fine mese, chi come ha saputo reinventarsi, chi invece preferisce fermarsi alla lotta fatta di presidi, occupazioni e, in alcuni casi, proposte concrete per far ripartire le aziende.

"Sono soprattutto coloro che fino a ieri un cosiddetto posto fisso ce l'avevano che son saliti sui tetti, meno i giovani. Forse perché un trentenne è più abituato alla cosiddetta flessibilità, che poi in realtà è precarietà", racconta l'autrice. Di fatti Michela incontra soprattutto cinquantenni con anni di lavoro sulle spalle, ma nelle parole e nelle azioni una forza e una determinazione che non ti aspetti. "Nei momenti di difficoltà ti rendi conto che quando un operaio si mette in testa una cosa la fa. Puoi vincere o perdere ma la fai. Noi abbiamo tenuto duro - raccontano Roberto e Stefano, due operai dell'Innse - O la morte o il lavoro. O fai così o dove cazzo vai?" E loro, quelli dell'Innse alla fine ce l'hanno fatta, riuscendo a trovare tra mille difficoltà un nuovo compratore per la loro azienda.

Delle dieci aziende visitate, oltre all'Innse, solo per la Conus di Roma che si occupava delle letture dei contatori, c'è stato un esito positivo. Per gli altri casi l'assalto al cielo non è bastato. "È stato un esperimento per vedere se almeno per alcuni giorni si riesce a transitare l'invisibilità quasi totale - spiega il professor Gallino, uno dei più autorevoli sociologi del nostro Paese, intervistato dalla giornalista. - Certamente è uno strumento che si presta molto al logoramento, perché anche lo spettatore che guarda il telegiornale all'ora di pranzo, la prima volta dice "Accidenti ci sono i lavoratori sui tetti, sulle ciminiere o sui monumenti", ferma per un momento l'attenzione. Ma la terza volta che succede lo spettatore medio sbuffa: Ancora sui tetti?".



Nel video l'incontro con l'autrice che ci parla di come è nato questo libro, degli operai saliti sui tetti, della precarietà che finisce per ripercuotersi anche sulla vita quotidiana, della situazione dei sindacati nelle aziende e di cosa l'ha segnata di questa esperienza.



Eppure leggendo le storie di Assalto al cielo, si intuisce come questa lotta non si esaurisca solo nella difesa del posto di lavoro, ma abbracci la più ampia rivendicazione dei diritti e la richiesta del rispetto della dignità dei lavoratori. E' il caso della Novaceta di Magenta. Da un lato il proprietario che vuole dismettere l'azienda e vendere il terreno su cui dovrebbe sorgere un hotel, dall'altro i lavoratori che si sono messi a studiare per acquisire competenze che non avevano e dimostrare quanto fosse sbagliato quel progetto dal momento che nel sottosuolo passa un gasdotto. La determinazione di quei lavoratori nel voler salvare la loro fabbrica ha colpito la stessa autrice: "Ho incontrato gli operai ancora in presidio nonostante la loro fabbrica sia stata chiusa, si sono organizzati, hanno studiato le carte e sono diventati tecnici, ingegneri per impedire che lì dove sorge la loro azienda fosse costruito un albergo partendo dalla considerazione che il posto di lavoro non è solo lo stipendio, ma garantisce dignità alle loro vite. L'ho trovato una cosa straordinaria".

Anche all'Innse hanno le idee chiare a riguardo, non hanno accettato compromessi. Racconta un operaio: "Io non sono in vendita. Come operaio il mio unico interesse è di non fare chiudere le fabbriche. Se tu accetti ventimila euro per andartene, è come se accettassi di far chiudere le fabbriche e dai un prezzo al tuo lavoro. Ma il mio lavoro mette in moto l'uscire di casa, il rendermi utile per la famiglia, mi garantisce un futuro. E il mio futuro vale più di ventimila euro". Una lotta che forse appare lontana e incomprensibile alla generazione dei trentenni che un posto fisso non lo hanno mai avuto e che non sanno nemmeno che esistono quei diritti, perché qualcuno glieli ha negati.

E proprio per il suo immenso valore di testimonianza di un mondo del lavoro fatto di lotte e rinunce ma allo stesso tempo di fiera rivendicazione di diritti, un mondo che sembra destinato a scomparire sotto le pressanti richieste dei "mercati" internazionali, questo libro merita di essere letto. Se poi consideriamo che gli occhi che ce lo raccontano sono quelli di una giornalista trentenne che conosce da vicino il mondo del precariato, questo libro si fa anche vivida testimonianza della delicata fase di transizione, nel mondo del lavoro ma in quello dello stato sociale tutto, che stiamo vivendo.

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