Last Ten



Refugee

Verso Savigliano, la parola e il piombo

Mostro con gioia (e cura) la prima pagina stampata del mio testo per REFUGEE | Archivio 1. Ci tengo a questo progetto di vita e amicizia, di scrittura e sguardo.

lunedì 16 aprile 2012 17:28

Foto di Davide Dutto
Foto di Davide Dutto

Mostro con gioia (e cura) la prima pagina stampata del mio testo per REFUGEE | Archivio 1. Ci tengo a questo progetto di vita e amicizia, di scrittura e sguardo. Ci tengo a questa gioia di occasioni che sono diventate sempre più preziose, incontri e attraversamenti lenti. Oltre i luoghi e oltre la necessità della scrittura, sul crinale sensibile del politico e del poetico, di questo dialogo tessuto di attese e di tacere prima ancora di dire una sola parola. Senza un riferimento, se non la cattura talvolta vana di un pizzico di senso di cose che ci scorrono davanti agli occhi. Che ci andiamo a cercare, che ci vengono a cercare. Come destini remoti, mani nude che scavano nel tempo. Frammenti che continui a depositare in qualche scaffale in attesa della polvere e del giorno successivo, del mistero che li lega al futuro che ci viene sempre a spiegare la storia. La nostra, quella delle persone a cui vogliamo bene. Quella delle migliaia di occhi anonimi che corrono sulla loro di storia e incrociano distrattamente la nostra vita di passanti, pendolari, viaggiatori, esploratori, immaginatori di altre epoche e di altre architetture.

Tessere un testo con cura. Lo faccio con un sentimento nuovo, perché così è cominciato questo viaggio, lavoro, incontro. Con uno sguardo nuovo sulla parola e sul distillare dentro la parola di qualcosa che ancora non sappiamo. Che si fa strada.

Sono partito con Isabella Bordoni. Con lei ho viaggiato sui regionali, tra Rimini, Piacenza e Torino. Nelle serate a luci spente su treni scassati, nelle albe faticose dei pendolari, sugli autobus che disegnano traiettorie in bilico su altezze incredibili. Tra Oulx e Claviere, verso Briancon, in cima allo Chaberton. Poi Carnino, il ponte di Nava, i passi mai perduti della resistenza sulle valli tra la Liguria e il Piemonte. Upega, sotto la pioggia e noi solitari (io, Isabella, Luca Berardi e Davide Dutto) a respirare la nebbia sul selciato lucido, a cercare nella memoria una ragione. E nel presente un modo, e ognuno per conto suo un sentire.

Mi fermo, appoggio gli occhiali sul legno chiaro della scrivania. Osservo i fogli, le immagini in bianco e nero di Davide, i passi in negativo stampati su vetro. Penso al rincorrersi dei miei pensieri sulle tracce video di Luca. Ho ancora un biglietto e un viaggio, domani. Verso Savigliano, passando per Torino. Lì Federico Leardo ci aspetta con le sue macchine tipografiche, con la sua storia e il piombo delle nostre parole. Di quelle parole che abbiamo aspettato, che sono diventate nella lentezza dei mesi prima piombo, poi stampa. Un primo passo, mi viene da dire.

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