
di Antonio Cipriani
Da qualche tempo mi è scemata la voglia di polemizzare con le stupidaggini dell'informazione. Va così, roboante e festivaliera, ripiegata su se stessa, priva di idee nuove da proporre al pubblico dei lettori. Un copiaincolla infinito di cose che ci piovono dal centro dell'impero, raccontato con enfasi da ideologi e innovatori che non hanno mai costruito una sola idea in proprio.
Fossi un giovane grintoso giornalista prenderei le distanze da questo conformismo mediatico da salotto. Non me ne farei una ragione. Cercherei di scalare le montagne per trovare una notizia o il senso di quello che viviamo, socialmente, culturalmente e politicamente. Mi interrogherei sugli aspetti di questo circo della finzione accettata e della democrazia dell'informazione negata. Porrei dei dubbi a ogni passo. Mi porrei dei dubbi e li porrei ai lettori.
Ma essendo scemata la voglia di polemizzare con i soloni della libertà di stampa, con i radical chic della notizia padronale, mi tengo il mio sorriso e mi preparo a leggere Giorgio Agamben e Giorgio Boatti. Non per dimenticare o scivolare nell'ombra, ma per continuare a capire che cos'è la rivoluzione. Per continuare a cercare un senso anche nella scrittura, nella cultura, nell'informazione.
Perché anche se non polemizzo, resto attonito. Per esempio ho letto di un giornalista del Corriere della Sera che è stato preso a schiaffi da un noto personaggio della stampa rosa e gossippara proprio nel quartiere in cui vivo, l'Isola a Milano. Perché? Il giornalista voleva fare due domande sulla ex, altrettanto nota e copertina-gossip vivente, del personaggio incontrato per caso. E quello si è risentito.
Primo dubbio: perché un giornalista del Corsera dovrebbe sentire l'irrefrenabile necessità di fare due domande inutili a un personaggio inutile che parla sempre e ovunque, e se ne sta per conto suo, su una storia volutamente mediatica ma privata? Il personaggio avrebbe detto: non puoi fare domande. E il giornalista, fiero della libertà di stampa: io sono un giornalista e posso fare domande. Perché? C'è forse una licenza di domanda che viene affidata con il tesserino? E non esiste forse la libertà di non rispondere? (Magari senza alzare le mani).
E ancora: perché perdere tempo ed energia professionale a interrogare un palestrato lucido e abbronzato? Io non l'avrei fatto. Ma onestamente non sarei andato a rompere le scatole neanche a un personaggio interessante, detestando il giornalismo-macchietta del microfono sparato in faccia al protagonista o della dichiarazione volante per dare un titolo.
Mentre ragiono su questi elementi, mi rendo conto che al mio disinteresse per una professione del genere corrisponde invece un interesse morboso del pubblico del Corriere che qualche giorno fa decretava gli schiaffi al cronista come la notizia più letta del giorno. Mi sono cadute le braccia. Ma è giusto così: il gossip è la grande libertà di stampa di questo paese. Un tempo era terreno di conquista di giornali specializzati nel dolce far leggere niente, adesso di tutti, anche dei più autorevoli.
Però penso che la cultura di questo paese non possa finire così. A gossippate e cialtronerie. Che per tornare a sperare in un futuro occorra ripensare la rivoluzione. Ridisegnare lunghi e tortuosi percorsi per restituire e restituirci dignità. Professionale e umana. E che non potrà durare a lungo il potere assoluto della mediocrità e delle lobbettine che lo difendono in nome dei padroni dell'informazione. Non dimentichiamolo...
"La mia piccola patria dietro la Linea Gotica sa scegliersi la parte."
(cit. G.L.Ferretti)