
Io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri miei stranieri. Così scriveva Don Lorenzo Milani, un maestro per tutti noi. Quando Lella Costa lo ha tirato in ballo mi ha sorpreso. Così netta la lezione del prete di Barbiana, così forte e politica, piena di un'etica che sembra accantonata dal tempo. Lella lo ha fatto con il suo sorriso, con quel suo modo delicato di porgere una frase, un concetto ironico, poetico. Lo ha fatto con precisione, parlando di un libro che raccoglie le storie di tanti esseri umani in lotta per il lavoro, per la dignità, per non far scendere la notte sulla storia dei lavoratori. Il libro in questione è importante: "Assalto al cielo. La classe operaia va sui tetti"; l'ha scritto per Fandango una cronista con voglia di fare giornalismo vero, Michela Giachetta.
Un'inchiesta civile. Così le dissi tempo fa dopo aver letto le bozze. Civile, perché si oppone all'inciviltà dilagante di un giornalismo della distrazione, del mordi e fuggi della conoscenza, del bruciare voracemente storie di esseri umani. Come se quelle storie non fossero la misura della vita di quegli esseri umani. Non fossero la misura di questa società senza regola né giustizia, sovvertita nelle sue basi da un cataclisma comunicativo feroce e conformista. Raccontata costantemente, in tempo reale, con particolari ridondanti e allarmi costanti, senza mai che il senso della conoscenza possa discendere alla coscienza. Possa diventare sapere condiviso.
La bellezza del lavoro di Michela è nella sua semplicità. Dopo che i media hanno consumato in fretta le notizie dei lavoratori sui tetti, delle fabbriche chiuse, della crisi fatta pagare immediatamente ai più deboli, che cosa è accaduto? Che cosa è stato di quei titoli strillati in apertura di pagina, di quelle interviste al telefono, delle dirette televisive, delle ore di attesa per dire mezza battuta. Che cosa è rimasto di questa energia appena apparso sui mezzi di comunicazione? Leggendo i giornali non lo sappiamo, bisogna leggere il libro-inchiesta di Michela per capire come sono andate le cose, spenti i riflettori fugaci dei media. Bisogna sfogliare il libro per avere le voci degli oppressi. Solo le loro. Non utilizzate come elemento di colore nei salotti televisivi: diretta di mezzo minuto con gli operai, poi ore di dibattito tra politici, imprenditori, giornalisti.
In questa scelta di campo leggo la frase di Lella Costa su Don Milani. E la ringrazio, perché il coraggio civile e la coerenza rappresentano l'arma rivoluzionaria più importante. Per restituire a tutti noi dignità e conoscenze, consapevolezza del bene comune e non solamente appiccicosa retorica politica. La strada è difficile. Non basta uno sciopero, né un voto di protesta e nemmeno una campagna antipartiti. No, occorrono la fatica del lavoro, della cultura, della conoscenza. Occorre tornare a dissodare il terreno arido di questa democrazia imbrigliata in luoghi comuni e in un uso retorico della libertà. Un uomo solo può cambiare il mondo, c'è scritto sul muro del primo piano della Torre Galfa a Milano, grattacielo vuoto da anni, occupato dai Lavoratori dell'Arte e diventato Macao.