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Di Tiziana Gentile e Anna Rita Severini
Varcare la soglia della sala prove è come entrare in un mondo parallelo. Ognuno accorda il proprio strumento suonando pezzi diversissimi tra loro spaziando dal sound romantico a quello più rock. Ed è proprio questa contaminazione di stili e unione di diverse sensibilità il tratto distintivo di Sezione C, una band di ragazzi poco più che ventenni che ha fatto della musica la propria voce per raccontare, sussurrare e talvolta anche gridare forte ciò che nella vita quotidiana non si riesce ad esprimere con le parole. Martino è voce e punto di riferimento, ma guai a chiamarlo leader. Alessandro e Luca alla chitarra, Matteo alla batteria, Fabio al basso. E per questa esperienza si riunisce al gruppo per una canzone anche Gianni, ex chitarrista. Sono arrivati al Lake Music Place suonando cover, ma un po' alla volta hanno cominciato a sperimentare le loro potenzialità e infine scoprire di avere il talento e l'originalità necessari per scrivere da sé i testi e le musiche delle loro canzoni.
Sezione C, da dove nasce il nome? Come si è formata la vostra band?
«Abbiamo frequentato lo stesso liceo e tutti, o quasi, la sezione C».
Cosa volete esprimere nelle vostre canzoni?
«Nella nostra musica mischiamo romanticismo, rabbia e poesia».
Tutte queste emozioni sono presenti ad esempio in Veleno, la canzone che è diventata un po' il vostro grido di battaglia...
«Sì, Veleno è la nostra canzone più romantica e allo stesso tempo più arrabbiata. Nasce dall'osservazione della rabbia inespressa dei giovani. L'attacco è molto malinconico poi in un crescendo di musica si sfoga la rabbia. Questo sentimento lo esprimiamo solo con gli strumenti, di fatti non ci sono parole in questa fase. La rabbia però può trasformarsi anche nella molla che ti smuove e ti spinge a reagire di fronte a qualcosa che non va».
Quindi possiamo dire che con la musica provate a dire quello che non riuscite ad esprimere con le parole?
«Con la musica ci possiamo sfogare, possiamo dire quello che non possiamo dire nella vita quotidiana, perché non c'è nessuno che ti sa ascoltare davvero. Forse siamo anche noi che non riusciamo a dirle certe cose, ma scrivendo una canzone è diverso. Se la riascolti da solo o se l'ascoltano tre persone oppure ancora se l'ascoltano milioni di persone non fa differenza. Perché è importante la possibilità d esprimersi, di dire qualcosa anche a se stessi. A volte scrivendo si riesce persino a capire qualcosa di più anche di se stessi».
Proprio come dite in una frase di una vostra canzone "Vorrei capire, farmi sentire".
«Quella canzone dice una cosa molto importante: quello che vuoi è quello che sei».
Scrivete per voi o per gli altri?
«In primo luogo per noi stessi, per esprimerci. Lo facciamo però guardandoci attorno e "rubando" un po' gli uni dagli altri, il modo di essere e guardare le cose».
Qual è la caratteristica di ognuno dei vostri strumenti? Con cosa lo identifichereste?
Fabio: «Il basso è come se fosse la spina dorsale. Dà il ritmo. Nella band sono io quello razionale e concreto e questo poi influisce anche sul modo di suonare».
Alessandro: «La chitarra essendo uno strumento un po' più armonico rispetto al basso, è come se fosse un megafono nella band. Ma in riferimento a me stesso è la mia voce. Chi sa usare le parole riesce a scrivere poesie e romanzi, io suono la chitarra».
Matteo: «La batteria è come se fosse una donna. Ad esempio a casa quando le passo vicino la saluto e vorrei trattarla sempre meglio, studiando e migliorando il modo in cui suono».
Luca: «Come identifico la chitarra? Beh... io sono un pianista che ha preso in mano una chitarra. In realtà sono anche un batterista... è come se un pittore per dipingere avesse a disposizione solo quattro colori e volesse invece di più per dipingere i suoi quadri. Così mi sento anche io. E per questo sono passato dal piano alla batteria alla chitarra, se mi dai un oboe suono pure quello. Sono alla continua ricerca di un modo per esprimere meglio la mia anima».
Martino: «Saper cantare è un regalo che mi ha lasciato in eredità mio nonno. In realtà la cosa in cui riesco ad esprimermi meglio è la scrittura dei testi. Mi piace scrivere quello che penso, scrivere di noi piuttosto che prendersela con il sistema. Un modo per fare una nuova politica. Si deve sempre puntare ad essere modelli per chi viene dopo. Nella band io non sono il leader, piuttosto il collante».
Queste associazioni offrono tanti spunti interessanti e alcuni più introspettivi, ma c'è posto per il silenzio nella musica?
«Stare in silenzio serve. Nel silenzio si riesce a pensare, si può camminare. Può fare anche molta paura, perché non siamo abituati».
Vi piacerebbe fare di questa passione per la musica una professione?
«Certo, ma siamo contenti anche ora, solo per il fatto di riuscire ad esprimerci attraverso la musica e fare qualcosa che ci piace».
Come avete conosciuto il Lake Music Place? Qual è il vostro rapporto con questa struttura?
«Noi veniamo da Anguillara e lì la musica è come se non esistesse, non ci sono spazi dove poter suonare, provare, ritrovarsi per condividere questa passione. Abbiamo conosciuto Gabriele ad un concerto e da lì è cambiato tutto. Abbiamo scoperto questo posto in cui veniamo per fare le prove e dove abbiamo incontrato delle persone che sono diventate un vero e proprio punto di riferimento».